lunedì 30 aprile 2012

TRE A TRE

L'Armonia si crea. L'Armonia si offre e si riceve. L'Armonia si vive.
Armonia di curve, di sorrisi, di sguardi e di cuore.
Quattro stracci impolverati, un respiro profondo e sogni enormi che corrono verso l'ignoto.
Tre passi incerti e tre possibilisti.
Tre passi amari e tre impazienti.
Aspetto.
Vorrei divorare il mondo con la mia corsa.
Ma aspetto.

martedì 13 marzo 2012

Soliloquio

Cultura e Solitudine.
Un binomio strano, può darsi, eppure mi ritrovo spesso a notare questa insolita liaison.
Non mi ritengo appartenente a chissà quale prestigiosa élite culturale. 
Mi rendo conto che più leggo, più studio, più apprendo, maggiore è il baratro dell'ignoranza che mi si spalanca davanti. 
Lo so, Socrate se ne accorse prima di me... il "so di non sapere", la docta ignorantia, and so on.

Ma non è questo il punto.

La consapevolezza dell'immensità della conoscenza mi rende avida ed estremamente curiosa. Sentir crescere interesse per qualcosa che il mondo esterno mi suggerisce e che ignoro, mi rende felice. E nel momento in cui l'ignoto diventa noto, mi sento più completa ed incompleta allo stesso tempo. 
Come se per ogni tassello aggiunto, la superficie da riempire raddoppiasse.

Il binomio cultura e solitudine si realizza principalmente in due modi:

Il primo, si verifica quando incontriamo persone avide di sapere come noi. Chi ama la cultura - lo confesso - è gente strana. Rincorre la conoscenza come farebbe con una farfalla che volteggia su un campo dal verde infinito. E nell'infinitezza si perde. A volte ci si scontra con qualche soggetto che incrocia fortuitamente il nostro errare, ma tutti quanti nez en l'air affascinati dal volteggiare di colori e forme, pensiamo più a librarci in aria che guardarci negli occhi.

Il secondo, invece, avviene quando incontriamo persone che i piedi ce li hanno piantati in terra, ed anche se una farfalla gli si fermasse sulla punta del naso, non la vedrebbero nemmeno. Per noi che le farfalle hanno la forma dei libri, ci sembra assurdo che si possa vivere senza. E se adesso dicessi "anacoluto", nessuno di loro mi capirebbe. E allora ci si sente soli, perché abbiamo dentro un mondo che non possiamo raccontare.

"Cultura e solitudine" è eccesso e mancanza di curiosità. Entrambi inconcepibili per un curioso.

mercoledì 7 marzo 2012

Alla ricerca della femminilità perduta

Indosso un sorriso. Lo calzo come la scarpetta di Cenerentola. Ma mi va stretto, come avessi il piede delle sorellastre.
Mostro entusiasmo, energia e vitalità, per occultare la solitudine, lo smarrimento e la malinconia che stanno dentro.

L'erasmus mi ha restituito umanità. Proprio per questo, soffro quando non ne sento intorno a me.
Mi sono ammorbidita. Per questo sono più vulnerabile.
Sono più malleabile, ho attenuato per alcuni aspetti la rigidità che mi ingabbiava.
Mi sono riscoperta donna.
Ho forgiato un carattere forte ed imperturbabile, almeno in apparenza.
Ho sempre sentito in me l'androgino. Avvertivo in me la compresenza di entrambi i sessi.
La forza dell'uomo, la sensibilità della donna.
Ora sento di dover lasciare il giusto spazio alla mia femminilità, di esprimerla non solo esteriormente, come peraltro ho sempre fatto, ma anche interiormente.
Non voglio più vergognarmi delle debolezze di una donna.
Non voglio più impormi ed imporre agli altri l'immagine di un essere che non ha bisogno di niente e nessuno.
Ho le mie debolezze, ho bisogno d'affetto.
Ho bisogno di ricevere piccole attenzioni, di amare e d'essere amata.
Ho bisogno di un abbraccio rassicurante.
Ho bisogno d'essere corteggiata.
Ho bisogno di sentirmi protetta.
Sogno un amore vero, stavolta.

La solitudine è solo l'incapacità di stare insieme.
Sogno un Uomo che mi possa dire sempre, a prescindere da tutto e da tutti, "Io ci sono".

domenica 26 febbraio 2012

Il ritorno

Nuoto e affondo.
Vinco e perdo.
Vivo e muoio.
Il ritorno. 
Il ritorno ti sbatte in faccia quello che ti eri lasciata alle spalle abbassando lo sguardo. Con una violenza inaudita. 
Il ritorno ti fa rientrare cresciuta, ma con gli stessi mezzi che avevi prima della partenza, con la stessa realtà. Con più solitudine.
Il ritorno ti fa vedere il degrado della realtà in cui vivi, con un'energia così dirompente che senti l'odore acre invaderti e penetrarti fino nelle ossa.
Ti fa sentire un peso per la famiglia, perché il sogno di libertà che hai accarezzato ti si frantuma nelle mani e ti fa entrare le schegge nei polpastrelli.
E allora passi la tua gioventù in tuta accanto al camino. Perché se non ti diverti, ti senti meno in colpa.
Mentre fuori il mondo balla, grida, sorride, ama, sbaglia, e lo fa con gusto.
Il ritorno, ti fa sentire che in fondo, non stai bene con nessuno. Perché non sei più quella che eri.
Il ritorno ti fa sentire l' "insostenibile pesantezza dell'essere". Tua, e degli altri.
Il ritorno ti fa venir voglia di prendere in mano il mondo, senza considerare che la società ti ha amputato le braccia.
E allora ti incazzi, perché non è che "non puoi farci niente", ma tutto quello che fai, non basta.

sabato 4 febbraio 2012

Onirismo Parigino

Sublime alienazione.
Unheimlich.
I trottoirs affollati della ville lumière che calpestavo a passo veloce e deciso, il parlottio sommesso nei café accompagnato dal tintinnio inebriante dei bicchieri e del vino, i colossali monumenti di una città leggendaria che finché non te li trovi davanti sembrano relegati a mera dimensione iconografica... Tutto questo è di nuovo avvolto in quella fitta nebbia onirica, in quell'aura magica che solo pochi luoghi custodiscono in sé.
Rincorro la mia immagine per i boulevards di Parigi: la seguo tra piccole boulangeries mentre ad occhi chiusi respira l'odore del pane caldo; la rimprovero teneramente mentre cede alla meraviglia delle golose creazioni della pâtisserie francese; sento la sua fatica impaziente nel salire i gradini della Tour Eiffel, di Notre-Dame e dell'Arc de Triomphe; la perdo di vista mentre sconfortata cerca pace fra le sculture del musée Rodin; la ritrovo nell'energia di un salto su pont Alexandre III.
La rincorro. Ma non riesco ad afferrarla. Come se avessi dormito per cinque mesi, la realtà si confonde col sogno, il sogno si confonde con la realtà. E la nebbia cala. Insieme alla neve straordinaria che ha accolto il mio rientro in Italia.
Mi sembra d'aver sognato. Ma intorno a me tanti indizi mi suggeriscono d'esserci stata veramente. Mappe della città, boîtes à biscuits e tante persone che mi chiedono: "com'è stato il rientro?".


Ti guardo in foto e ancora sorrido incredula.
Ero proprio io lì con te?
Ciao Paris.

sabato 21 gennaio 2012

Contemplazione

Ricostruirsi in permanenza.
Demolirsi, scomporsi, frammentarsi.
Per guardarsi poi meglio da lontano.
Con uno sguardo unitario e decomposto allo stesso tempo.
Conoscersi troppo, ma mai completamente.
Amarsi troppo, ma mai abbastanza.
Per conoscere gli altri, per amare gli altri.

Lanciarsi nel vuoto, è speranza che qualcuno ci prenda.
Contemplare la solitudine, è attesa che qualcuno arrivi per farci compagnia.

martedì 27 dicembre 2011

La chiave della bellezza

Ho passato periodi della mia vita in cui evitavo di bere un succo di frutta, ossessionata dal numero delle calorie e dalla paura di ingrassare.
Ho passato periodi della mia vita in cui continuavo a perdere peso (e felicità) per sentirmi degna di un canone sciorinato da una società del benessere che la crisi non la sente (o quantomeno non la sente abbastanza) visto che rimane ancorata ai suoi non-valori, piuttosto che riscoprirne di veri ed autentici.
Ho passato periodi della mia vita in cui la sera a letto mi mettevo a pancia in sotto per sentire quanto le ossa del bacino fossero prominenti ed affondassero nel materasso. 
Poi mi mettevo di profilo e mi carezzavo la pancia, per sentire se fosse aumentata, diminuita, sperando di trovarla completamente piatta. 
Alla fine mi mettevo supina, per vedere come sarei dovuta essere. Ossa sporgenti e addome rientrante.

Nonostante questo c'era qualcosa che non andava. 
Sempre. 
Perché avrei potuto essere più tonica, più alta, più magra. 
Meno golosa, meno formosa, meno donna.
I miei vent'anni, li ho passati così.
Impazzendo dietro ad un'ideale che manderebbe fuori di testa anche la persona più bella ed equilibrata della terra.

La cosa più tremenda è che quando si vive una determinata realtà e si crede che un determinato standard sia quello giusto, niente e nessuno al di fuori di quel contesto può convincerci del contrario. 
Vivere nella dimensione photoshop, toglie dimensione al nostro essere.
Nello specchio non vediamo noi stessi, ma l'immagine di noi stessi, uno scatto intriso di difetti da correggere.
La disperazione arriva nel momento in cui ci accorgiamo che accanto allo specchio non c'è il tasto "modifica".
E a correggerci non c'è nessun pennello, né il timbro clone. E per le correzioni che vogliamo noi, anche le diete più inumane (e le abbiamo provate tutte) si rivelano insufficienti.

Quando si tocca il fondo sperando di raggiungere un ideale, qualunque esso sia, così distante da quello che siamo, si rischia veramente grosso. Si rischia in salute, in umore, in armonia. Si rischia di sprecare giorni preziosi della nostra vita in una sfida sfiancante, ma soprattutto priva di ogni logica.

Rivedendo tutto dall'esterno, e a distanza di anni, mi rendo conto di quanto tutto questo sia pericoloso.
E purtroppo so di non essere stata né la prima né l'ultima a vivere esperienze di questo tipo.
Posso dire d'aver avuto una gran fortuna, perché prima che la situazione diventasse di proporzioni preoccupanti, una serie di eventi intorno a me e dentro di me hanno giocato a mio favore: mi sono allontanata dalle cause del mio male e allo stesso tempo ho potuto vedere la realtà da altri miliardi di prospettive che mi hanno mostrato l'irrilevanza del mio accanimento verso un obiettivo futile e in fin dei conti nemmeno troppo edificante.

Nel mio percorso di crescita, ho capito che la bellezza non è una e non proviene solo dal corpo.
Esistono miliardi di bellezze che sono date dall'essenza della persona, dal far emergere al meglio la propria personalità attraverso il corpo.
Il corpo è uno strumento. Saperlo suonare bene richiede pratica ed esercizio, perché dobbiamo entrarci in confidenza, renderlo davvero nostro e conoscerne ogni angolo, per poterlo amare.
La nostra sofferenza nasce quando, avendo un violino, piuttosto che concentrarci per donare a noi stessi e agli altri un concerto d'archi meraviglioso, vorremmo che uscisse il suono distorto di una chitarra elettrica.

Succede perché magari ci hanno convinti che la chitarra elettrica sia l'unico strumento in grado di suonare bella musica, succede perché ci dicono che il violino è fuori moda... insomma, succede, anche se non dovrebbe.

Crescendo un po' di più, e partendo da questa riflessione, ho capito anche qualcos'altro.
L'apparenza, il modo in cui ci mostriamo agli altri, non si limita ad avere conseguenze solo dal punto di vista del giudizio estetico. Per cui, mostrarsi in un modo diverso da quello che si è, o per dirla con la metafora musicale, tentare di far suonare un violino come una chitarra elettrica, attrae intorno a noi persone che si rivelano compatibili con la nostra esteriorità, ma incompatibili con la nostra interiorità. Insomma, si rischia che una tipa da concerto di Uto Ughi, si ritrovi con un'orda di fan scatenati degli Iron Maiden.
Di conseguenza spesso ci capita di non sentirci a nostro agio con le persone che abbiamo intorno, o peggio ancora, di costruire la nostra vita con persone che sono completamente inadatte a noi.

Ad esempio, io sono una persona molto determinata, forte e decisa, ma allo stesso tempo amo la famiglia, sogno di averne una mia prima o poi. Sono molto romantica, non amo fare l'oca solo per esercitare il mio potere seduttivo sugli uomini, e mi disgustano i corteggiamenti fini a se stessi.
Preferisco stare sola e considerare solo gli uomini che persistono perché hanno un reale interesse verso di me, come persona, e che hanno voglia di costruire.
Ho capito che questo tipo di uomo non è affatto attratto dalla modella che pretendevo di essere; al contrario, il tipo di "uomo ideale" per me, è quello che ama un corpo formoso ed armonico, e più in generale, un aspetto fisico salutare e radioso. Il motivo forse è biologico e primitivo. La maternità.
L'uomo che voglio accanto a me, non ama l'aridità, ama la fertilità.
Perché la fertilità può essere coltivata, e dà frutti.
Avendo capito questo, mi sono resa conto che per anni ho rincorso il desiderio d'avere un corpo completamente incongruente con il mio carattere che faceva da calamita alle persone sbagliate.

E così, in virtù di queste riflessioni, sto ritrovando me stessa, dentro e fuori.
Non mi interessano più i chili, ma piuttosto mi interessa portarli bene. Non mi interessa entrare in una taglia 38. Adesso amo la mia 42. La amo perché parla di me. Come parla di me il mio modo di vestirmi, di curarmi, ma soprattutto di sorridere al mondo.
Voglio trasmettere quello che ho dentro. In una parola, voglio essere Radiosa.
E la luminosità non si misura in chili.
Mi sento Bella.
E tutti ci si possono sentire.
Perché tutti possono esserlo.

La chiave della nostra apparenza, sta nella nostra essenza.
Forzare la serratura con una chiave sbagliata, crea solo danni.
Se la chiave è quella giusta, girerà con naturalezza, e da lì, si aprirà un mondo di bellezza suprema e di armonia  totale con se stessi.