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martedì 13 marzo 2012

Soliloquio

Cultura e Solitudine.
Un binomio strano, può darsi, eppure mi ritrovo spesso a notare questa insolita liaison.
Non mi ritengo appartenente a chissà quale prestigiosa élite culturale. 
Mi rendo conto che più leggo, più studio, più apprendo, maggiore è il baratro dell'ignoranza che mi si spalanca davanti. 
Lo so, Socrate se ne accorse prima di me... il "so di non sapere", la docta ignorantia, and so on.

Ma non è questo il punto.

La consapevolezza dell'immensità della conoscenza mi rende avida ed estremamente curiosa. Sentir crescere interesse per qualcosa che il mondo esterno mi suggerisce e che ignoro, mi rende felice. E nel momento in cui l'ignoto diventa noto, mi sento più completa ed incompleta allo stesso tempo. 
Come se per ogni tassello aggiunto, la superficie da riempire raddoppiasse.

Il binomio cultura e solitudine si realizza principalmente in due modi:

Il primo, si verifica quando incontriamo persone avide di sapere come noi. Chi ama la cultura - lo confesso - è gente strana. Rincorre la conoscenza come farebbe con una farfalla che volteggia su un campo dal verde infinito. E nell'infinitezza si perde. A volte ci si scontra con qualche soggetto che incrocia fortuitamente il nostro errare, ma tutti quanti nez en l'air affascinati dal volteggiare di colori e forme, pensiamo più a librarci in aria che guardarci negli occhi.

Il secondo, invece, avviene quando incontriamo persone che i piedi ce li hanno piantati in terra, ed anche se una farfalla gli si fermasse sulla punta del naso, non la vedrebbero nemmeno. Per noi che le farfalle hanno la forma dei libri, ci sembra assurdo che si possa vivere senza. E se adesso dicessi "anacoluto", nessuno di loro mi capirebbe. E allora ci si sente soli, perché abbiamo dentro un mondo che non possiamo raccontare.

"Cultura e solitudine" è eccesso e mancanza di curiosità. Entrambi inconcepibili per un curioso.

sabato 1 gennaio 2011

TORPORE DI CAPODANNO TRA DUBBI E PALPITI

Come tutte le tradizioni che si rispettino, anche la sensazione di stordimento e torpore del primo giorno dell'anno non ha tardato a manifestarsi. Strano che sia proprio il Capodanno ad essere fra i 365 giorni, il meno rimarchevole e forse il più sgradevole. Appesantiti dal sovraccarico di calorie delle feste, sfiancati dalle poche ore di sonno della notte, ci si alza a ora di pranzo senza sapere se scaldare il latte o mangiare le lenticchie avanzate dalla sera prima (perché si sa, il cenone di San Silvestro è composto da una sfilata roboante di portate, ma quando si arriva alle lenticchie - rigorosamente da mangiare dopo la mezzanotte perché portano soldi per il nuovo anno - il pentolone d'acciaio fatica a far calare il suo contenuto, e tutti i commensali si limitano a prenderne "solo un cucchiaio").  La lotta tra il farsi cullare dalla poltrona e la timida voglia di attivarsi ed organizzare una qualsiasi attività per la giornata persiste fino a sera, e senza manco il bisogno di dirlo, la poltrona vince sempre, ogni 1° gennaio.

Complice forse questo fisiologico stato di malessere, aggiunto a svariati dolori e agli inevitabili pensieri alternati tra bilanci e propositi per l'anno che viene, sto vivendo questo giorno in modo del tutto insignificante, con l'aggiunta di un pizzico di insoddisfazione del quale non riesco a cogliere l'origine.

Non sono completamente serena, ho paura di essere giudicata, ho paura di ingerenze che possano influire sullo scorrere della mia esistenza, ho paura di dover dare spiegazioni. Ho paura non so bene di cosa. Ma già il fatto d'aver paura non mi piace affatto.

Sto vivendo momenti sereni. Sto assistendo in diretta alla nascita di un sentimento che mi ha stupita e lasciata incredula. Sono felice di quello che sto vivendo. Forse per questo ho paura, e come la chioccia con i suoi pulcini, vivo costantemente in allerta, cercando di nascondere e occultare quanto di bello mi sta accadendo, per paura che qualcuno possa distruggerlo, portarlo via ancor prima d'avere l'opportunità di evolversi in qualcosa di più grande.

Tenendo questo atteggiamento mi sembra quasi di tradire coloro con cui non condivido la mia novità, eppure non riesco a confidarmi. Forse perché sono stata io la prima ad essere colta di sorpresa, penso che gli altri non possano capirmi. 
Eppure non c'è niente di male, lo so bene, a 22 anni (quasi 23), dopo un intero anno trascorso a fuggire da ogni potenziale fonte d'amore, nel sentire di nuovo il cuore battere forte accanto ad una persona, nell'emozionarsi per le cose piccole e grandi che si condividono insieme. Non è altro che la dimostrazione palese della mia vitalità, che si era spenta per uno spicchio della mia esistenza.

Forse il fatto d'aver vissuto una storia impegnativa di quasi quattro anni mi aveva resa come una donna sposata da tempo, che provava amore, è vero, ma aveva dimenticato l'innamoramento ed i suoi brividi. 
Forse il fatto di ricominciare a provare questa sensazione vecchia eppure nuova mi rende gelosa di essa e mi porta a non palesarla. 
Forse è che lui mi sta coinvolgendo mentalmente, con la sua intelligenza brillante, quella che mi sa tener testa, ed il suo amore per la cultura, la stessa che amo io.
Forse è che siamo così diversi, per non dire opposti in tante cose... Ma è un'opposizione così cerebrale, così piena di wit, che temo il mondo non possa capire cosa io trovi in lui e cosa lui trovi in me. E pure noi c'abbiamo messo un po' per capirlo, ma ora che l'anagramma è stato risolto (e qui i Baustelle calzano alla perfezione) è diventato tutto banalmente palese... È che abbiamo delle intelligenze molto simili, che magari sfruttiamo in campi e per scopi diversi, ma che quando si incontrano fanno faville.

Con un pizzico di presunzione ed un sorriso un po' supponente ci capita di dire che la nostra unione ci eleva a tal punto da creare un "baratro intellettivo" col resto del mondo. Ci sentiamo dei geni incompresi. O meglio, dei geni che si comprendono tra loro. Ed è stato quasi surreale trovarsi e vedersi sotto una luce diversa così d'improvviso, pur conoscendoci da tempo. È come se persi in una folla al buio avessimo camminato sul palco di un teatro scontrandoci innumerevoli volte senza farci caso. Poi un giorno il tecnico delle luci, che potrei definire un moderno cupido,  ha deciso di spararci addosso tutto il bagliore che aveva in mano, semplicemente per metterci a conoscenza che forse quello che andavamo cercando ce l'avevamo sotto il naso, bastava solo alzare lo sguardo e cogliere dei segni.

Lentamente, durante questa scrittura, l'insoddisfazione si è andata placando, ed ora di nuovo, come quando sono in sua compagnia, non penso più agli altri, ma a noi.
Non posso sapere come andrà a finire, non voglio saperlo del resto. Non si può mai sapere. Non si deve mai sapere. Per ora posso dire che se qualche dubbio l'avevo, ora scrivendo sono riuscita a metterlo a tacere. Di nuovo, è tornata la voglia di vivere come un prezioso dono quello che giorno per giorno potrà darmi questo nuovo capitolo della mia vita, questa nuova persona che ha incrociato il mio cammino. Sono pronta per avventurarmi negli infiniti e sconosciuti spazi del mondo e dei sentimenti.

giovedì 8 luglio 2010

SCRIVERE IL MONDO

Fino ad ora non mi è mai capitato di spendere qualche riga in questo spazio per parlare del mio percorso di studi, delle mie inclinazioni e delle prospettive future in campo professionale. Forse perché la fase che stavo attraversando nel momento in cui ho sentito l'esigenza di creare un blog, mi vedeva incastrata e strattonata in vicende sentimentali tormentate che occultavano ogni altro pensiero ed interesse.
E' per questa ragione che, recuperata la lucidità e la serenità, ho avvertito la necessità di parlare di due argomenti, tra loro strettamente connessi, che dominano la mia formazione e che con molta probabilità, se saprò coltivarli nel modo giusto, saranno materia prima del mio futuro.

Fin dai primi anni di scuola, quando i diari erano ancora segreti e non di dominio pubblico, adoravo il momento in cui giravo una piccola chiave all'interno del lucchetto dorato che proteggeva dei pensieri quotidiani annotati con una grafia meticolosamente elementare. Assaporavo già da quell'istante il piacere di parlare di me, con me, nel modo più aperto e sincero possibile, come non avrei potuto fare con nessun altro. Era un modo per imparare a conoscermi, per esplorare la varietà infinita di emozioni che ero in grado di provare, per comprendere quali fossero i miei limiti di sopportazione, di delusione, di gioia o di euforia.
Ma tutto questo, è chiaro, l'ho capito solo qualche anno dopo; nell'età dell'innocenza, non sapevo giustificare il fatto che mi piacesse scrivere. Lo facevo e basta, allo stesso modo in cui si gioca con le bambole, con l'ingenuità e la freschezza dei bambini, che si domandano di tutto (dal perché le stelle non si possano toccare con un dito al perché il fuoco brucia) ma non hanno ancora sperimentato l'introspezione.
Ad oggi, il mezzo di comunicazione attraverso il quale rendo pienamente giustizia all'espressione dei miei pensieri, è ancora la scrittura.

Ma come ho detto precedentemente, ci sono due cose di cui intendo parlare, e per introdurre il secondo argomento devo raccontare qualcosa riguardo la mia passione per le lingue. Eh sì, perché "scrivere" racchiude in sé un mondo infinito, "scrivere", puoi farlo nelle innumerevoli lingue e dialetti parlati nel mondo, un'infinità poliedrica di espressioni che si sovrappongono e si oppongono, creando un mosaico sorprendente che affascina quanto l'esplorazione dell'universo o dei fondali marini. Così ti stupisci quando scopri che magari una lingua è più adatta di un'altra in rapporto allo stato d'animo del momento e per questo vorresti conoscerle tutte, perché come infinite sono le sensazioni che si provano nel corso della vita così sono infinite le lingue che potrebbero combaciare perfettamente con il battito del tuo cuore.
Da queste riflessioni inizia il mio interesse per i testi. Testi come "esseri viventi", testi come materia di studio e di analisi. Testi scritti in lingua straniera. Testi da tradurre.

La traduzione è l'altro argomento che intendevo trattare. E' per me una questione molto delicata, strettamente connessa alla scrittura. E' un progetto ambizioso voler diventare traduttori. Tante volte mi sono ritrovata a pensare: "Se qualcuno prendesse i miei pensieri, scritti nella mia lingua e li trasferisse in un'altra, inevitabilmente cambierebbero espressioni e parole, sarebbe un nuovo testo, non sarebbe più il mio e non renderebbe le mie idee nella loro totalità".  Probabilmente il traduttore perfetto non esisterà mai, ma è un mestiere che permette di portare alla luce tesori nascosti di inestimabile valore, come può fare un archeologo di fronte ad imponenti rovine del passato. Perché se non fossero esistiti i traduttori, Notre-Dame de Paris per gli italiani sarebbe stato come un anfiteatro romano coperto dal cemento e dall'asfalto.
Le scelte universitarie verso le quali mi sono orientata mi hanno introdotta nel mondo della traduzione. Sono appena all'inizio e so che la strada è dura. Con una sorta di pudore e timore quando ho davanti un testo da tradurre indosso i guanti e lo sollevo con la punta delle dita. Mi sembra quasi di oltraggiare il suo autore quando ci lavoro, soprattutto perché quando si è all'inizio di errori se ne fanno tanti ed anche grossolani. Ma con l'umiltà di chi è alle prime armi cerco di carpire il meglio dagli insegnamenti delle persone più competenti di me e da qualche tempo quando ho un libro tra le mani scopro con piacere ed interesse quelle pagine che vanno sotto il nome di "Nota del Traduttore", e che fino a qualche anno fa ignoravo del tutto per tuffarmi direttamente nella storia che il libro aveva da raccontarmi, senza pensare che se una storia c'era ed io ero in grado di leggerla, dovevo ringraziare colui (o colei) che l'aveva resa accessibile anche a me che non conoscevo la lingua dell'Autore.

Ecco dunque un altro piccolo frammento di me. L'ambizione di scrivere. Scrivere per il mondo. Scrivere il mondo.