La verità è che dissimuliamo.
Crediamo che le esperienze passate ci abbiano lasciato degli insegnamenti.
Vero, può darsi. Ma l'insegnamento non è che una lezione. Valida in un determinato istante, valida in un certo contesto.
Valida? Chi lo può sapere.
Ad ogni modo, una lezione non può impedirci di cadere ancora infinite volte, non può dirci come fare per rialzarci, ma forse ci illude soltanto d'averlo fatto, o di essere in grado di poterlo fare.
Ed il fatto che si cresca come individui grazie alle esperienze, non impedisce di cadere in quelle fragilità tipiche dell'inesperienza.
Il vero problema, è che ce ne colpevolizziamo.
Cerchiamo giustificazioni ai nostri sentimenti, cerchiamo di soffocarli per non pagarne le conseguenze.
La perdita di controllo ci spaventa. La percepiamo come un enorme peccato.
Siamo incasellati nelle celle del rigore, e di giorno in giorno il nostro respiro si accorcia e si fa più affannato. Perché la claustrofobia ci logora. Per questo indossiamo un bel paio di lenti scure anche di notte: per nascondere l'orrore che abbiamo negli occhi.
Se proviamo ad evadere, siamo artisti, o folli. O entrambi.
Per il resto del mondo, inetti, improduttivi, inetti.
Emotivi.
Come se l'emozione fosse una patologia.