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giovedì 13 giugno 2013

L'ARTE DEL RIDERE

Ridere di gusto. Ridere con gli occhi, con la bocca, con tutto il corpo.

Quando si è sperimentata l'introspezione, la riflessione, il silenzio e il pianto.
Quando si è scavato dentro se stessi al punto d'aver disseppellito gli strati più profondi e sedimentati del proprio essere. 
Quando si è studiata ogni sfumatura cangiante del proprio carattere e del proprio stare al mondo.

Una risata sonora diventa lo strumento per tornare a galla. 
Per riemergere dall'abisso.
Per risalire in superficie con la consapevolezza di chi ha esplorato il fondale più insidioso e sublime.

Una risata contagiosa diventa un invito.
Un invito per le persone a cui si vuole bene a ridere con noi, per sopportarsi, sopportarci e sopportare meglio la densità di un'esistenza consapevole e pensierosa.

domenica 19 maggio 2013

L'abbraccio della natura

Commovente.
Come le strade sterrate e macchiate di sole e di ombre preservino emozioni e sensazioni di una vita intera.
Come l'odore immutato dell'erba tagliata o il rosso dei papaveri che coraggiosi sbucano nei campi di grano proteggano, fin da quand'ero bambina, le inquietudini e le riflessioni più intime.

Rispettosi custodi del mio vivere altalenante.
Testimoni fedeli delle prime cadute in bicicletta.
Delle prime ferite d'amore.
Di quelle più adulte e feroci.
Delle speranze sfumate nell'impotenza e sfociate nella rabbia.

Lo spazio della riflessione, è il passeggiare con se stessi nella campagna di sempre.
Solcare da anni le stesse strade, eppure trovarle sempre nuove.
Perché sempre nuova è l'inquietudine che ci ha spinto a percorrerle.
Trovarle sempre nuove, eppure sentirsi protetti dal più familiare degli abbracci:
Quello della natura che ci ha visti crescere.
Correre, arrancare, stancarci, gridare, piangere, soffocare.
E rinascere ogni volta, in primavera.

venerdì 26 agosto 2011

Profezie

Dopo appena due giorni, la mia fortezza è stata colpita. Devastata. Rasa al suolo. Saccheggiata.


Questo scrivevo Lunedì.

Tutte le perplessità che avevo si erano risolte nel prendere coscienza di essere innamorata, di non negarmelo più.
A due settimane esatte dalla partenza con una valigia da riempire e una vita da traslocare, con tanti pensieri, preoccupazioni, paure, avevo riconosciuto che lui fosse il mio punto fisso. Ero reticente. Perché sono una Valchiria. Autonoma, battagliera, coraggiosa.

Quarantotto ore dopo, le sue perplessità si sono risolte nel modo inverso.
Ed io sono sola. Con una valigia da riempire e una vita da traslocare, con tanti pensieri, preoccupazioni, paure, e una storia a cui finalmente ero riuscita ad abbandonarmi, finita.

In tutto questo lui mi abbracciava e mi baciava come non aveva fatto mai, come non volesse lasciarmi andare. Forse per dimostrare a se stesso il contrario di quello che pensa. Ed io ci morivo dentro quegli abbracci, non riuscivo a divincolarmi e dirgli di no, mi ci abbandonavo, come non mi avesse detto nulla.

Mai più, mi ero ripromessa in passato, nessun uomo avrebbe dovuto avere su di me il potere di farmi soffrire.
Eppure brucia. E sono sola. E nella mia valigia non so che mettere. Perché per ora è colma del dolore che provo in questo momento.

martedì 19 gennaio 2010

ADDIO AD UN AMORE GRANDE

Il dolore. Il torpore. La rassegnazione. L'abbandono.
Processi consequenziali. Processi dilanianti. Processi inevitabili.
Ma lentamente demordo. Ma lentamente lascio la presa e divento consapevole.
Processi consequenziali. Eppure son tutti dentro di me, adesso, contemporaneamente e ognuno di loro mi grida nella testa. Un momento uno, un momento l'altro, un momento in coro. E impazzisco.

Quando trascorri il tempo a cercare delle spiegazioni plausibili agli eventi ma non riesci a vederne nemmeno uno spiraglio in lontananza, finisci col pensare che un motivo non c'è, che la vita è imprevedibile, che porta a farti cullare da un amore, a viverlo pienamente ed esserne rassicurata e poi te lo toglie d'improvviso, e non puoi far altro che constatare l'incostanza e l'instabilità dei sentimenti umani.

Tremo per l'intangibilità del sentimento, tremo perché essendo intangibile non ne puoi misurare l'effettiva sincerità di chi te lo offre. Tremo perché il sentimento si nasconde dietro le parole. Tremo perché mendace e ingannevole è il cuore dell'uomo.
Invoco la tranquillità, la leggerezza d'animo, l'indifferenza. Le invoco e non le trovo.
Poi lentamente capisco.
Capisco che è giunta l'ora di allontanarmi e sparire. Nell'incomprensibilità degli eventi, la sola cosa che capisco è che devo mollare.
Cancellare e ricominciare da me.
Per quanto sia un processo doloroso è senza dubbio il più dignitoso, per un animo lacerato dall'amore che amore non riceve più.
L'amore inizia, l'amore finisce.
E' un'incostante danza che ti mostra oro e ti lascia cenere.
Se è sincronizzata non porta dolore. Oro mostri e oro vedi. Cenere dai e cenere ricevi.
Ma nel momento in cui la sincronia viene a mancare, è disperazione. Oro mostri e cenere ricevi.

Poi lentamente capisco.
Metto insieme il fagotto di cenere che ho ricevuto e ripongo il mio oro nel cuore. Lo seppellisco con un po' di quella cenere per non vederlo brillare e inizio il mio cammino verso luoghi sconosciuti, verso persone mai viste.
Il ricordo fa male. L'assenza fa male. L'amore che devo seppellire fa male ancora di più. Vuole riemergere da quella cenere, ma cerco di dirgli che quello che cerca non c'è più, che quello che cerca è diventato cenere, quella stessa cenere con cui lo seppellisco.

Prima o poi arriverà la pace. Prima o poi quest'esistenza riuscirà a guardare all'orizzonte un tramonto sereno e rassicurante con gli occhi sgombri dalle lacrime. Prima o poi.
Ho iniziato a compiere il mio viaggio verso l'ignoto.
Addio ad un amore grande.
Addio a noi.
Addio a te.