domenica 5 settembre 2010

L'ABBRACCIO DELLE STAGIONI

5 settembre 2010 - Sole e Temporale dalla finestra della mia camera
Cadono lacrime pesanti sulla terra arida e assetata.
Goccia dopo goccia il suolo ritrova la vita, si inumidisce, si inzuppa, sparisce.
Sparisce sotto l'acqua.
E' saturo, non è più in grado di assorbire il pianto di un cielo assolato solo per metà.
I raggi aranciati e soffusi di un tramonto di fine estate squarciano le minacciose nubi nere,
Per confondersi con i fulmini maestosi ed imperiosi di un temporale d'inizio autunno.
Le stagioni si passano il testimone nella staffetta del tempo che scorre.
Cola copioso e ininterrotto sulle nostre esistenze, il tempo.
Ci colora di toni vivaci e spenti che accogliamo inermi
Come una tela abbandonata sul cavalletto.
Le stagioni si abbracciano appassionatamente
E nell'abbraccio si sfocano perdendo i loro contorni.
Spettatori della natura.
Spettatori impotenti e minuscoli,
Non possiamo che provare stupore
Di fronte ad un cielo nerarancio rigato di elettricità.
Non possiamo che sentire
Il primo brivido d'autunno
Sulla pelle ancora nuda e dorata.
E un desiderio si insinua fra le pieghe del nostro cuore
Assistendo alla danza del tempo:
Sfocarci anche noi in un abbraccio appassionato
Per attenuare quel primo sentore di gelo
Che percorre una schiena ancora accaldata.

giovedì 2 settembre 2010

PENSIERO DI COMPLEANNO

Due occhi teneri compongono uno sguardo da bambino.
Come un bambino, del resto, tu mi guardavi; 
Con meraviglia, come se in me leggessi tutti i segreti del mondo.
Pienezza in noi.
In questo giorno rivedo quello sguardo,
Sbiadito nella memoria,
Come un corpo che affonda nel mare,
Sempre meno nitido,
Sempre più lontano,
Sempre più sommerso.
Quell'innocenza è ormai infranta.
Un paio d'occhiali spessi nascondono quello sguardo.
Eppure c'avrei giurato, d'averlo visto ancora.
E oggi è riaffiorato un poco di più in superficie.
Sarà perché, come un lampo, 
Ho rivisto la dedizione per la ricerca di un regalo originale
Ho rivisto un giorno da trascorrere con i pochi affetti veri
E provo un grande rammarico
Per non aver dovuto frugare nel cassetto delle idee 
Alla conquista del Tuo regalo
E nel pensare che festeggerai con tanti conoscenti 
Che forse poco ti conoscono.
Anche se oramai
Quella che non ti conosce più
Potrei essere proprio io,
Quel messaggio d'auguri
Che nonostante tutto era per te
Il più sperato ed il più gradito.

domenica 29 agosto 2010

OGNI DOMANDA, UN GRAFFIO NELLA MEMORIA.

Inizia a dispiacermi.
Che la gente gli rida alle spalle. Che anche chi non lo conosce di persona mi chieda perché gli piaccia mettersi in ridicolo. Che sembra un pagliaccio. Che fa espressioni da cretino. Che si concia in modo buffo. Che è diventato un personaggio. Che è diventato un fenomeno da baraccone. Che, che, che. Le voci della gente mi si affollano nella testa, si sovrappongono, si confondono, si mescolano e creano un rumore assordante, come un coro che non va a tempo, come un'orchestra scordata.
Quando la rabbia mi attanagliava il cuore provavo anche un po' di piacere sadico nel sentire queste voci.
Ma adesso che mi sento libera, che ho fatto pace con me stessa e con lui, mi dispiace.
Vengono a chiederlo a me perché è così. Come fossi responsabile della vita altrui. Come fossi IO responsabile. Io alzo le spalle, scuoto la testa e rispondo solo: "non era così".
E muoio dentro.
Perché con quella risposta cerco di giustificarmi io in prima persona, per essere stata con lui. Come me ne vergognassi. Cerco di far capire che, si, è vero, sono stata con lui, ma non con IL lui di ora. Quando invece mi spingo oltre e tento di giustificare lui, cerco di spiegare timidamente che "è solo una maschera. in realtà sotto c'è di più", ma d'altronde capisco che chi lo vede solo dall'esterno non può credermi, non può capirlo, non può vedere. Vedono solo ciò che è visibile.
E muoio dentro.
Vorrei che non mi chiedessero più, che mi lasciassero in pace. Perché quello che loro vedono solo ora, io l'ho visto germogliare e crescere, e ne ho sofferto. Perché ogni giorno in cui quel processo avanzava, lui si allontanava da me e da quello che piaceva a me, fino alla fine. E ogni volta in cui mi chiedono spiegazioni io rivivo quel processo, la rabbia e l'impotenza che provavo nel non poterlo arrestare. La forza che mi ci è voluta nel doverlo accettare, metabolizzare e ripartire da sola. Maschero il dolore con un sorriso e qualche battuta ironica, ma in realtà è malinconia. Rammarico.
Perché comunque gli voglio bene. E che la gente mi venga a dire che si rende ridicolo, per me è una pugnalata. Anche se le nostre vite non sono più unite. Anche se io non sono più con lui e lui non è più con me.

domenica 22 agosto 2010

UNA CORSA VERSO LA VOGLIA D'AMARE

Ogni tardo pomeriggio estivo, calzo le mie scarpe sportive, scendo di fretta le scale e mi rifugio nelle strade di campagna intorno a casa mia. L'iPod acceso mi fa ascoltare canzoni che ho catalogato sotto la voce "Happy Playlist", brani di quelli che mettono carica, buonumore e ti fanno sorridere al mondo. Inizio la mia corsetta quotidiana, incrocio vecchine che portano a spasso il cane e anziani che si dedicano con cura ai loro orticelli. Mi guardano con diffidenza, ma io dispenso sempre un sorriso e un saluto, e allora vedi le loro facce, all'inizio un po' confuse, distendersi e ricambiare la cortesia. Che mondo strano ci siamo creati; diffidenti verso i passanti, diffidenti verso gli altri, diffidenti verso noi stessi. Non ci si fida di nessuno, e allora non si regala nemmeno un saluto, che non costa niente ma dà tanto. A me non importa tutto questo, io avrò sempre un sorriso per il passante che mi incrocia e spero che quel sorriso possa anche solo per l'istante che dura, aprirgli il cuore e regalargli un po' di serenità. Guardando a destra vedo un campo di girasoli che si espande gioioso, e dall'alto i raggi caldi del sole sembrano farmi il pieno di energia per affrontare il mio percorso. Respiro la libertà in quel momento, ed è strano che questo accada proprio quando la corsa mi toglie il fiato. È un momento di riflessione quello che vivo ogni pomeriggio dalle sei e mezza alle sette e mezza. Oggi, ad esempio, pensavo a quanto avrei voglia di innamorarmi. Di un ragazzo, intendo. Sono già innamorata di tante cose: della scrittura, del francese, dell'amicizia, del mare e del buon cibo. Eppure qualcosa manca in tutto questo. Mi manca il fatto di amare qualcuno che sia innamorato di me. Mi manca una persona particolare con cui percorrere insieme un cammino, senza ostacolarsi, ma tenendosi per mano quando si è vicini e tenendosi a mente quando si è lontani. Così ho iniziato a pensare a come vorrei che fosse questa persona. Molti aggettivi si sono affollati nella mia testa; dinamico, brillante, intelligente, premuroso e profondo, un po' pazzo e con la voglia di vedere le meraviglie che ci offre il mondo, sempre pronto a fare una valigia e partire per una nuova avventura. Sincero con me e con gli altri. Fedele. Che creda in qualcosa, che abbia ideali, non necessariamente uguali ai miei, ma che ne abbia di solidi, e che sia disposto a difenderli con coerenza. Vorrei una persona che mi dicesse "domani prendiamo la tenda e si parte". Per dove? Non importa. Ogni posto del mondo merita la nostra attenzione. Vorrei poter fare lo stesso io con lui. Vorrei una persona che non mi ostacoli nelle scelte che compio, che mi sostenga e sia sempre pronta ad allargare i miei orizzonti, ad incoraggiarmi quando mi sento scoraggiata e a consigliarmi i percorsi migliori per arrivare in alto quando la nebbia mi impedisce di vedere oltre il mio naso. Ecco, vorrei qualcuno che apprezzasse gli sforzi che ogni giorno faccio per raggiungere la vetta delle mie aspirazioni, come io farei con la persona che mi è accanto. Aiming High. Puntare in alto. Perché è stupido restare a terra quando si hanno le potenzialità e i mezzi per sorvolare il mondo e per guardare le nuvole da sopra come fossero una valle di neve.
In tutta sincerità non credo di pretendere troppo. Non voglio più accontentarmi, perché anche grazie a molte persone intorno a me, ho capito di essere davvero preziosa, e di meritarmi tutto questo.
Non credo nemmeno a chi mi dice che questa persona non esiste; se esisto io, con i miei valori e la mia profondità, ne esisteranno anche altri come me, perché è vero, mi sento speciale ed unica, ma non "l'unica migliore". Ritenersi speciali ed unici non equivale ad essere presuntuosi; tutti siamo speciali ed unici, con le nostre peculiarità. Al contrario, se pensassi di essere "l'unica migliore", allora si che peccherei di immodestia.
La strada del ritorno si avvicina. Il cancello di casa appare nella mia visuale. Oggi ho delineato il ritratto della persona che vorrei accanto. Sono giunta alla conclusione che sono più stancanti i pensieri che mi vengono in mente della corsa che toglie il fiato. Eppure ogni volta che col fiatone e il sudore sulle tempie mi appoggio alla maniglia del cancello per aprirla, mi sento arricchita.
Esplorare se stessi è il modo migliore per relazionarsi anche con gli altri, per capire verso quali persone incamminarsi e quali sono quelle da cui allontanarsi. Sempre però con un sorriso ed un saluto pronto per tutti.

giovedì 8 luglio 2010

SCRIVERE IL MONDO

Fino ad ora non mi è mai capitato di spendere qualche riga in questo spazio per parlare del mio percorso di studi, delle mie inclinazioni e delle prospettive future in campo professionale. Forse perché la fase che stavo attraversando nel momento in cui ho sentito l'esigenza di creare un blog, mi vedeva incastrata e strattonata in vicende sentimentali tormentate che occultavano ogni altro pensiero ed interesse.
E' per questa ragione che, recuperata la lucidità e la serenità, ho avvertito la necessità di parlare di due argomenti, tra loro strettamente connessi, che dominano la mia formazione e che con molta probabilità, se saprò coltivarli nel modo giusto, saranno materia prima del mio futuro.

Fin dai primi anni di scuola, quando i diari erano ancora segreti e non di dominio pubblico, adoravo il momento in cui giravo una piccola chiave all'interno del lucchetto dorato che proteggeva dei pensieri quotidiani annotati con una grafia meticolosamente elementare. Assaporavo già da quell'istante il piacere di parlare di me, con me, nel modo più aperto e sincero possibile, come non avrei potuto fare con nessun altro. Era un modo per imparare a conoscermi, per esplorare la varietà infinita di emozioni che ero in grado di provare, per comprendere quali fossero i miei limiti di sopportazione, di delusione, di gioia o di euforia.
Ma tutto questo, è chiaro, l'ho capito solo qualche anno dopo; nell'età dell'innocenza, non sapevo giustificare il fatto che mi piacesse scrivere. Lo facevo e basta, allo stesso modo in cui si gioca con le bambole, con l'ingenuità e la freschezza dei bambini, che si domandano di tutto (dal perché le stelle non si possano toccare con un dito al perché il fuoco brucia) ma non hanno ancora sperimentato l'introspezione.
Ad oggi, il mezzo di comunicazione attraverso il quale rendo pienamente giustizia all'espressione dei miei pensieri, è ancora la scrittura.

Ma come ho detto precedentemente, ci sono due cose di cui intendo parlare, e per introdurre il secondo argomento devo raccontare qualcosa riguardo la mia passione per le lingue. Eh sì, perché "scrivere" racchiude in sé un mondo infinito, "scrivere", puoi farlo nelle innumerevoli lingue e dialetti parlati nel mondo, un'infinità poliedrica di espressioni che si sovrappongono e si oppongono, creando un mosaico sorprendente che affascina quanto l'esplorazione dell'universo o dei fondali marini. Così ti stupisci quando scopri che magari una lingua è più adatta di un'altra in rapporto allo stato d'animo del momento e per questo vorresti conoscerle tutte, perché come infinite sono le sensazioni che si provano nel corso della vita così sono infinite le lingue che potrebbero combaciare perfettamente con il battito del tuo cuore.
Da queste riflessioni inizia il mio interesse per i testi. Testi come "esseri viventi", testi come materia di studio e di analisi. Testi scritti in lingua straniera. Testi da tradurre.

La traduzione è l'altro argomento che intendevo trattare. E' per me una questione molto delicata, strettamente connessa alla scrittura. E' un progetto ambizioso voler diventare traduttori. Tante volte mi sono ritrovata a pensare: "Se qualcuno prendesse i miei pensieri, scritti nella mia lingua e li trasferisse in un'altra, inevitabilmente cambierebbero espressioni e parole, sarebbe un nuovo testo, non sarebbe più il mio e non renderebbe le mie idee nella loro totalità".  Probabilmente il traduttore perfetto non esisterà mai, ma è un mestiere che permette di portare alla luce tesori nascosti di inestimabile valore, come può fare un archeologo di fronte ad imponenti rovine del passato. Perché se non fossero esistiti i traduttori, Notre-Dame de Paris per gli italiani sarebbe stato come un anfiteatro romano coperto dal cemento e dall'asfalto.
Le scelte universitarie verso le quali mi sono orientata mi hanno introdotta nel mondo della traduzione. Sono appena all'inizio e so che la strada è dura. Con una sorta di pudore e timore quando ho davanti un testo da tradurre indosso i guanti e lo sollevo con la punta delle dita. Mi sembra quasi di oltraggiare il suo autore quando ci lavoro, soprattutto perché quando si è all'inizio di errori se ne fanno tanti ed anche grossolani. Ma con l'umiltà di chi è alle prime armi cerco di carpire il meglio dagli insegnamenti delle persone più competenti di me e da qualche tempo quando ho un libro tra le mani scopro con piacere ed interesse quelle pagine che vanno sotto il nome di "Nota del Traduttore", e che fino a qualche anno fa ignoravo del tutto per tuffarmi direttamente nella storia che il libro aveva da raccontarmi, senza pensare che se una storia c'era ed io ero in grado di leggerla, dovevo ringraziare colui (o colei) che l'aveva resa accessibile anche a me che non conoscevo la lingua dell'Autore.

Ecco dunque un altro piccolo frammento di me. L'ambizione di scrivere. Scrivere per il mondo. Scrivere il mondo.

martedì 15 giugno 2010

INSEGUENDO LA VIE EN ROSE

Mi sento parte integrante di un mondo sconfinato e inesplorato, percorribile non solo secondo i sentieri tracciati dagli altri, ma anche attraverso percorsi inesistenti, immaginari, ormai sepolti o da scoprire.

L'emozione dentro me sale nel momento in cui penso a quante alternative mi si prospettano davanti, alla vasta gamma di possibilità da valutare prima di scegliere, all'opportunità di cambiare improvvisamente rotta nel momento in cui le mie scarpe consumate considerino estraneo e poco stimolante il cammino che avevo programmato.

Torno a riconoscere le mie passioni, le mie potenzialità. E decido di assecondarle. Da qualche mese proiettavo la mia immagine in Francia, e la vedevo così deliziosamente armonica immersa nella ville lumière, passeggiando tra gli artisti di Montmartre o sporgendosi da Pont Neuf per ammirare la Senna, che ho preso finalmente una decisione: un pezzo della mia strada è proprio lì, e sta aspettando solo il mio arrivo.

Il traguardo universitario si avvicina sempre più. Mancano tre esami alla fine, un progetto per la tesi già c'è e a febbraio indosserò la tanto sudata corona d'alloro. In quel momento la mia domanda d'assunzione sarà già arrivata a destinazione (e spero accettata). Partirò per una nuova esperienza, e al solo pensiero sento il cuore che accelera il suo battito e l'impazienza che scalpita desiderando che quel giorno sia già arrivato.

Un periodo da parigina devo viverlo, il mio spirito cosmopolita lo esige. E troppo a lungo ho ignorato le sue richieste.

giovedì 6 maggio 2010

HO IMPARATO A VIVERE QUEL CHE HO GIA' VISSUTO

"L'esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l'esame, poi ti spiega la lezione"
 Oscar Wilde

Ho sempre apprezzato questa frase per la grande verità che contiene dentro di sé.
L'ho sempre apprezzata, è vero, ma l'ho sempre letta con malinconia e rassegnazione. 
Malinconia pensando a tutte le volte che un esame è andato male, 
Rassegnazione pensando a quante altre volte ancora cadrò nei tranelli che l'esperienza mi tenderà nel corso dei numerosi esami che ancora devo affrontare.

Eppure oggi in un momento impensato questa frase mi si è insinuata nella mente circondata da un'aura di ottimismo.

Ho pensato che anche in campo universitario le cadute sono state quelle che ad oggi ricordo meglio e che mi hanno permesso di imprimere in testa i concetti giusti, quelli che al primo colpo avevo sbagliato.
Ho pensato ad altri ambiti della mia vita e sono giunta alla stessa conclusione.

"L'esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l'esame, poi ti spiega la lezione."
Proprio per questo è la lezione più efficace che si possa ricevere. 
Ti boccia all'esame. 
Ma ti permette di essere promosso brillantemente nella vita.

Salendo le infinite e scomode scalette nel centro di Perugia, con vecchie canzoni riarrangiate che uscivano dalle cuffiette dell'ipod, ho continuato questa riflessione ampliandola e adattandola agli avvenimenti che più recentemente mi hanno coinvolta e, gradino dopo gradino, stilavo una lista dei concetti appresi durante la lezione che l'esperienza ha generosamente deciso di dispensarmi, dopo avermi fatta cadere ripetutamente, dopo avermi fatta credere che non mi sarei riuscita a rialzare, dopo avermi dimostrato che invece avevo tutte le potenzialità per afferrare il mondo e modellarlo intorno a me come un abile sarto con le sue stoffe.

- Ho imparato che siamo tutti speciali, tutti unici. E proprio per questo non c'è nessuno al mondo più speciale dell'altro. Se abbiamo quest'impressione è perché la nostra mente decide di elevare una persona piuttosto che un'altra, facendocela apparire migliore. Il migliore non esiste. Il migliore nasce dall'idealizzazione. E l'idealizzazione è illusione.

- Ho imparato che nella vita le persone vanno e vengono. E non bisogna mai disperarsi per un addio. Perché per ogni addio c'è un benvenuto. E questo accade perché essendo tutti speciali ed unici, incontreremo sempre nel nostro cammino persone che ci regaleranno altrettante emozioni speciali ed uniche, come loro, come noi le vediamo.

- Ho imparato che tanto più siamo portati ad idealizzare una persona, tanto più grande sarà la delusione che avremo nel momento in cui saremo in grado di comprendere che tutte quelle caratteristiche divine che gli attribuivamo non erano altro che una costruzione mentale.

- Ho imparato che la delusione è scottante, ma che non bisogna starla troppo a contemplare, perché quanto prima ne prenderemo atto, tanto prima la persona idealizzata entrerà a far parte della categoria "gente comune", da dove era partita.

- Ho imparato che non sempre le emozioni sono fatte di processi graduali. E quindi puoi stare una vita a disperarti per qualcosa di sgradevole che ti è accaduto, poi svegliarti una mattina e sentirti il cuore leggero, vedere tutte le fonti del tuo dolore in lontananza; come fosse stata vita d'altri, come se le ferite che fino al giorno prima ti bruciavano non fossero mai state sul tuo corpo.

- Ho imparato che non bisogna mai smettere di sognare. E che bisogna circondarsi di sognatori come noi per riuscire a vedere ancora meglio le proprie ambizioni.

- Ho imparato che la stabilità distrugge i sogni. E che l'instabilità non li fa nascere. Per questo abbiamo tutti bisogno di un equilibrio instabile.

Sto imparando a vivere.
Ho imparato a vivere quel che ho già vissuto.
E sono orgogliosa di me stessa.