lunedì 14 febbraio 2011

UN ANNO PER RITROVARSI. UNA VITA PER VIVERE.

http://melissafilippucci.blogspot.com/2010/02/preghiera-al-protettore-degli.html

Mi sembra sia qualcosa di così lontano.
Qualcosa che si perde nei giorni, nei mesi, negli anni.
Qualcosa che non sono più in grado di collocare nel tempo.
Qualcosa di sbiadito. Indecifrabile.
Irraggiungibile col pensiero.
Come quei ricordi d'infanzia che si mescolano tra memoria propria e racconti altrui.
Eppure, scorrendo le pagine di questo mio spazio, ho ritrovato le parole che scrissi.
Ed era solo un anno fa.
E rileggendole mi ricordo quanto quel dolore sia stato vero ed autentico.
Anche se ora le rileggo con una distanza di sicurezza.
Frappongo fra me e lo stato d'animo di quei momenti una barriera che mi rende mera osservatrice.
Un vetro antiproiettile attraverso cui scruto la tempesta che fu.
Attraverso cui mi rivedo sconvolta, lacerata, distrutta, disintegrata, dannata.
Oggi so di essere sopravvissuta.
Oggi so di essere incredibilmente forte e rinvigorita.
Oggi so di essere nuova.
E tutto questo non è perché ho accanto un'altra persona.
Ma perché ho me stessa.
E mi tengo in pugno.
E mai più mi perderò dentro gli altri.
Pur essendo innamorata.

Sembra quasi che la mia preghiera abbia trovato ascolto.

venerdì 28 gennaio 2011

LEGGERE

La prima cosa che faccio quando compro un nuovo libro, è scrivere il mio nome dietro la copertina. Un atto di proprietà che mi arroga il Sacro Diritto di immergermi completamente nella storia che sto per iniziare.

Perché le pagine sono leggére, si librano in aria.
E iniziare a lèggere una storia è un decollo.
A questo serve aggiungere il mio nominativo.
Per essere un passeggero tra i personaggi.

venerdì 14 gennaio 2011

PARALIZZATI NELLE INQUIETUDINI

Mi rendo conto ogni giorno che passa di quanto sia difficile avere ambizioni, crederci con costanza e fare del tutto per realizzarle. In mezzo a tutte quelle correnti opposte che impediscono o comunque contrastano la risalita di un mondo dove tutto sembra degli adulti. Dei "grandi". Si sono disegnati i loro castelli e da lì ci guardano con disprezzo arrancare in questa giungla spietata dove le trappole le mettono proprio loro. Per umiliarci forse. Per mostrarci con arroganza che loro sono bravi, e noi siamo inetti.
Sono loro che ci hanno spinti a studiare. Ma sono loro che di fronte alle nostre lauree si mettono a ridere.
Ci guardano dall'alto in basso con aria di sufficienza e noi ci facciamo scrutare subendo sguardi di disappunto. Hanno ideato sistemi malfunzionanti, ci hanno ingabbiato come criceti e ci hanno messo a correre dentro la ruota, frustandoci se rallentiamo, ridendo se corriamo, indignandosi se ci fermiamo a riprendere fiato.

Sento pulsare in me la rabbia e la sfiducia perché amo la mobilità e non la staticità. Sia come stile di vita che come forma mentis. Ma sento che intorno a me la voglia di formarmi e di fare esperienze è vista come un vezzo, un capriccio. Non qualcosa di indispensabile in un mondo dove le distanze non esistono più e tutto si muove alla velocità della luce. L'incomunicabilità, l'incomprensione, lo smarrimento, misti a desideri che invece mi proiettano alla comunicazione, alla comprensibilità e all'orientarsi in ogni angolo della terra, mi fanno vivere una paralisi mentale che si trasla anche nella mia capacità d'agire. Vorrei conquistare la mia indipendenza. Mi vanno stretti i cliché e la routine. Le convivenze forzate, le piccole e grandi manie, la sensazione di essere un fardello economico e sovvertitore dell'ordine micro-cosmico del pianeta-famiglia, il suscitare compassione quando studio e sdegno quando esco, l'essere costantemente sotto giudizio, il non essere capita come persona, il baratro generazionale e l'impossibilità di dialogo, le frasi di condanna assoluta a priori, i luoghi comuni. Vorrei sganciarmi da tutto questo per rinascere ancora, perché purtroppo sento che mi sto spegnendo di nuovo. Tre anni vissuti sola in un'altra città mi hanno fatto odorare quella che potrebbe essere la mia vita. Quella che cercherò di rincorrere ad ogni costo, ma che sarà difficile acciuffare nella sua totalità a causa di un mondo, quello degli adulti, che non fa altro che denigrare la nostra buona volontà.

Se studi per qualificarti non hai esperienza di lavoro, quindi nessuno ti vuole.
Se smetti di studiare e ti accontenti del primo impiego che trovi (e se sei così fortunato da trovarlo) sei la pietra dello scandalo perché "la laurea ormai la prendono tutti".
Se ti va bene trovi qualcuno disposto a sfruttarti per un po'. Quel po' che ti permette di sopravvivere, ma non di fare progetti per il futuro.
In ogni caso, il tuo valore è 0.

Mi si potrebbe dire che stia scrivendo delle ovvietà. Ma questo non fa che rendere il quadro ancora più drammatico. Preferirei piuttosto essere smentita. Se non altro per trovare via d'uscita da quest'inquietudine nella quale sono incatenata.

sabato 1 gennaio 2011

TORPORE DI CAPODANNO TRA DUBBI E PALPITI

Come tutte le tradizioni che si rispettino, anche la sensazione di stordimento e torpore del primo giorno dell'anno non ha tardato a manifestarsi. Strano che sia proprio il Capodanno ad essere fra i 365 giorni, il meno rimarchevole e forse il più sgradevole. Appesantiti dal sovraccarico di calorie delle feste, sfiancati dalle poche ore di sonno della notte, ci si alza a ora di pranzo senza sapere se scaldare il latte o mangiare le lenticchie avanzate dalla sera prima (perché si sa, il cenone di San Silvestro è composto da una sfilata roboante di portate, ma quando si arriva alle lenticchie - rigorosamente da mangiare dopo la mezzanotte perché portano soldi per il nuovo anno - il pentolone d'acciaio fatica a far calare il suo contenuto, e tutti i commensali si limitano a prenderne "solo un cucchiaio").  La lotta tra il farsi cullare dalla poltrona e la timida voglia di attivarsi ed organizzare una qualsiasi attività per la giornata persiste fino a sera, e senza manco il bisogno di dirlo, la poltrona vince sempre, ogni 1° gennaio.

Complice forse questo fisiologico stato di malessere, aggiunto a svariati dolori e agli inevitabili pensieri alternati tra bilanci e propositi per l'anno che viene, sto vivendo questo giorno in modo del tutto insignificante, con l'aggiunta di un pizzico di insoddisfazione del quale non riesco a cogliere l'origine.

Non sono completamente serena, ho paura di essere giudicata, ho paura di ingerenze che possano influire sullo scorrere della mia esistenza, ho paura di dover dare spiegazioni. Ho paura non so bene di cosa. Ma già il fatto d'aver paura non mi piace affatto.

Sto vivendo momenti sereni. Sto assistendo in diretta alla nascita di un sentimento che mi ha stupita e lasciata incredula. Sono felice di quello che sto vivendo. Forse per questo ho paura, e come la chioccia con i suoi pulcini, vivo costantemente in allerta, cercando di nascondere e occultare quanto di bello mi sta accadendo, per paura che qualcuno possa distruggerlo, portarlo via ancor prima d'avere l'opportunità di evolversi in qualcosa di più grande.

Tenendo questo atteggiamento mi sembra quasi di tradire coloro con cui non condivido la mia novità, eppure non riesco a confidarmi. Forse perché sono stata io la prima ad essere colta di sorpresa, penso che gli altri non possano capirmi. 
Eppure non c'è niente di male, lo so bene, a 22 anni (quasi 23), dopo un intero anno trascorso a fuggire da ogni potenziale fonte d'amore, nel sentire di nuovo il cuore battere forte accanto ad una persona, nell'emozionarsi per le cose piccole e grandi che si condividono insieme. Non è altro che la dimostrazione palese della mia vitalità, che si era spenta per uno spicchio della mia esistenza.

Forse il fatto d'aver vissuto una storia impegnativa di quasi quattro anni mi aveva resa come una donna sposata da tempo, che provava amore, è vero, ma aveva dimenticato l'innamoramento ed i suoi brividi. 
Forse il fatto di ricominciare a provare questa sensazione vecchia eppure nuova mi rende gelosa di essa e mi porta a non palesarla. 
Forse è che lui mi sta coinvolgendo mentalmente, con la sua intelligenza brillante, quella che mi sa tener testa, ed il suo amore per la cultura, la stessa che amo io.
Forse è che siamo così diversi, per non dire opposti in tante cose... Ma è un'opposizione così cerebrale, così piena di wit, che temo il mondo non possa capire cosa io trovi in lui e cosa lui trovi in me. E pure noi c'abbiamo messo un po' per capirlo, ma ora che l'anagramma è stato risolto (e qui i Baustelle calzano alla perfezione) è diventato tutto banalmente palese... È che abbiamo delle intelligenze molto simili, che magari sfruttiamo in campi e per scopi diversi, ma che quando si incontrano fanno faville.

Con un pizzico di presunzione ed un sorriso un po' supponente ci capita di dire che la nostra unione ci eleva a tal punto da creare un "baratro intellettivo" col resto del mondo. Ci sentiamo dei geni incompresi. O meglio, dei geni che si comprendono tra loro. Ed è stato quasi surreale trovarsi e vedersi sotto una luce diversa così d'improvviso, pur conoscendoci da tempo. È come se persi in una folla al buio avessimo camminato sul palco di un teatro scontrandoci innumerevoli volte senza farci caso. Poi un giorno il tecnico delle luci, che potrei definire un moderno cupido,  ha deciso di spararci addosso tutto il bagliore che aveva in mano, semplicemente per metterci a conoscenza che forse quello che andavamo cercando ce l'avevamo sotto il naso, bastava solo alzare lo sguardo e cogliere dei segni.

Lentamente, durante questa scrittura, l'insoddisfazione si è andata placando, ed ora di nuovo, come quando sono in sua compagnia, non penso più agli altri, ma a noi.
Non posso sapere come andrà a finire, non voglio saperlo del resto. Non si può mai sapere. Non si deve mai sapere. Per ora posso dire che se qualche dubbio l'avevo, ora scrivendo sono riuscita a metterlo a tacere. Di nuovo, è tornata la voglia di vivere come un prezioso dono quello che giorno per giorno potrà darmi questo nuovo capitolo della mia vita, questa nuova persona che ha incrociato il mio cammino. Sono pronta per avventurarmi negli infiniti e sconosciuti spazi del mondo e dei sentimenti.

lunedì 27 dicembre 2010

L'ISOLA DI UTOPIA

L'impulso irrefrenabile di correre verso questo spazio a cercare rifugio si è di nuovo manifestato più impellente che mai. Un malessere strisciante e ovattato mi scorre sottopelle e mi fa vivere con l'amaro in bocca. Sono una fedele sostenitrice dell'Armonia, sarebbe bello vivere in serenità con le persone che ci circondano, addolcendo le divergenze e rifuggendo gli scontri, agendo nell'ottica di preservare la tranquillità propria e degli altri. Evitando sempre il buonismo e l'ipocrisia, ma mitigando gli istinti che derivano dalla nostra indubbia origine animale tramite la ragione ed il buonsenso. Non si può certo dire che io sia un'attaccabrighe. E soprattutto sento sempre quel campanello d'allarme dentro di me che come un monito solenne mi invita a non ferire gli altri. Forse perché da che sono al mondo di parole taglienti e irrispettose verso il prossimo ne ho sentite tante, e anche quando non erano indirizzate a me, mi hanno lasciato lacerazioni che col tempo si sono più o meno cicatrizzate. Ma non sono comunque scomparse. Amo la mia famiglia, in senso allargato, in tutti i suoi componenti. Ne conosco perfettamente i difetti e le mancanze. E gli altri conosceranno i miei. Ma non aspiro e non aspirerò mai alla Perfezione. Anche perché, dal mio umile punto di vista, sarebbe indice di boriosa supponenza poter stabilire per tutti quale sia il canone della Perfezione. Capisco che ognuno vede il mondo dal suo sguardo, che non è il mio, e democraticamente accetto la molteplicità di prospettive che si accumulano e si intrecciano quando inevitabilmente i membri di una comunità, un gruppo, una società si incrociano per tempi più o meno brevi durante le loro esistenze. Ne accetto anche gli errori, senza attribuirgli un peso sproporzionato alla loro entità, senza colpevolizzare troppo gli altri, forse anche minimizzando, perché sempre in virtù della mia Umiltà, ho un senso della realtà tale da farmi pensare che domani potrei essere io a commettere uno sbaglio, ed essendo già una persona molto dura e severa con me stessa (e qui mi risuona il discorso di circa 5 anni fa dello psicologo... ora non ne ricordo le parole esatte, ma il senso è entrato in me, è vivo più che mai, e da quel giorno ho promesso a me stessa di non dimenticarlo più: "sei stata troppo responsabilizzata dagli altri. sei il più severo giudice di te stessa, ti punisci prima che lo facciano gli altri, e forse più duramente di quanto gli altri farebbero. Anche quando non hai colpe.") vorrei avere intorno a me persone comprensive, che non mi facciano sentire una pericolosa criminale, ma semplicemente quella che sono a prescindere dalle divergenze, una brava persona, com'è nella mia Essenza, che come ogni essere umano ha quella caratteristica (ed anche diritto) che si chiama Imperfezione, e che a volte conduce agli errori. Penso che ogni lite sia come un'accetta che si abbatte su un albero. Un'accettata all'anno non fa certo crollare una sequoia, ma l'intaccatura rimane evidente ogni volta che un colpo viene inferto. Ed i suoi effetti si protraggono più o meno evidenti nel tempo.
Per questo, forse idealizzando, vorrei che le esistenze che si intrecciano nel tessuto sociale, ed in piccolo, familiare, siano governate da una Libertà che persegua l'Armonia. Libertà propria e degli altri. Armonia propria e degli altri. Detta alla Thomas More, potrebbe trattarsi di un'Utopia; eppure credo che basti solo un po' di volontà. Io cerco di farne uno stile di vita. Proprio in virtù di questo, lascio chi non la pensa come me, perseguire la propria Disarmonia e conquistarla con i mezzi che ritiene più opportuni. Io li osserverò, pur soffrendo, dalla mia isola di Utopia.

domenica 19 dicembre 2010

UN CUORE DA APRIRE. UN CUORE DA PROTEGGERE. E LA SCRITTURA CHE APRE E PROTEGGE.

Forse è un innato istinto di protezione che mi porta a proteggere quei primi sentori di rinascita che fioriscono dentro di me. Ho provato a smentirmi, a negare, a sorvolare e finalmente ad affrontare come sempre, come è nel mio stile, il viaggio introspettivo tra le pieghe del mio esistere. La realtà è che ormai è innegabile, che non posso più nascondermi, che non posso più negarlo a me stessa, eppure sono restia a esternarlo al mondo. Perché sono gelosa di quello che sto ricominciando a vivere, perché ho paura che gli altri possano scalfire la magia di una mia rinascita sentimentale, perché forse è qualcosa di ancora così piccolo e fragile, seppur dentro di me immensamente grande, che ancora mi sembra prematuro tempestare di manifesti il mondo. Anche se c'è una parte di me che vorrebbe urlarlo a squarciagola; che sto bene di nuovo, che sono felice, che qualcuno ha di nuovo catturato il mio cuore e ci danza dentro tracciando vorticose e leggiadre evoluzioni nei miei pensieri. Rivivo quei fremiti nel vedere un sorriso e uno sguardo perso dentro il mio, considero quasi con sacralità i momenti trascorsi insieme e risuona in me quel "tu me lasse e io conto ll’ore" che mi sono sentita sussurrare ad un orecchio in una fredda serata invernale.
Ho avuto la necessità di trascrivere il crescendo inaspettato e delizioso di emozioni in cui sono immersa in questi giorni per prenderne atto. E nell'oscillazione indecisa tra il dirlo al mondo e il racchiudere tutto fra le mani per non farlo morire al gelo delle opinioni altrui, ho deciso di scriverlo qui, nel mio rifugio preferito, e di lasciare tutto alla scrittura, "unico efficace canale di comunicazione con me stessa". Ho deciso anche di vivere senza risparmiarmi quello che mi sta accadendo, perché risparmiarsi porta ai rimpianti, perché è bello abbandonarsi ai sentimenti, soprattutto a quelli belli, assecondarli e farli crescere, volare verso le mete che vogliono raggiungere, volarsi intorno e vivere nello stupore di un'amicizia che non c'è più, perché è evoluta, perché è cresciuta e risorta in un'altra forma. Approfitterò di ogni singolo momento che mi offrirà la possibilità di trascorrere del tempo insieme, sarò pronta a viaggi verso l'ignoto, all'avventura e agli abbracci calorosi di chi mi ha di nuovo aperto il cuore. Il mio percorso verso la libertà ha raggiunto un altro traguardo. Mi sono liberata dalla paura d'amare. E d'essere amata. Ed ora che l'ho scritto, mi sento ancora più libera.

giovedì 2 dicembre 2010

"CHE SINTOMI HA LA FELICITÀ?"

Tante volte siamo così occupati a ricercare soluzioni ai nostri mali, che ci sfugge il bene anche quando è sotto ai nostri occhi. Non facciamo altro che dare importanza alle persone che ci causano malesseri, malumori, e tutto quanto comincia col prefisso mal- . E il buonumore? E lo stare bene? L'essere sereni, felici, respirare la libertà e l'allegria? Spesso ci facciamo scrupolo di vivere questi sentimenti, quasi fosse una vergogna, quasi fosse necessario mostrare agli altri di non stare troppo bene, come se ci si dovesse giustificare con un mondo oppresso da sentimenti cupi quando facciamo cose che ci fanno sorridere e ci mandano a dormire col cuore leggero. Quasi la felicità fosse una colpa, un reato da nascondere e occultare. Bisogna sempre mostrarsi superindaffarati, superstressati, superansiosi e superdicorsa. Divertirsi ma non troppo. Ma chi l'ha detto?
Cerco di sganciarmi da questa gabbia di preconcetti, cerco di non vergognarmi delle mie felicità, al contrario di coltivarle. E se musi lunghi e tenebrosi guardano di sottocchio e con disprezzo il mio essere raggiante e attiva, beh peggio per loro che non riescono a coltivarsi la propria felicità, e vivono nell'infelicità augurando la stessa loro condizione agli altri. Ho tante persone che mi vogliono bene, ed ho deciso di curare a fondo ogni rapporto che merita di essere approfondito. Con spensieratezza ed intelligenza. Come sempre. In questo periodo come non mai vedo intorno a me un affetto enorme ed io non lo respingo, al contrario lo accolgo. Non mi importa se devo spostarmi ogni giorno in un luogo diverso. Non importa. Gli spostamenti fanno parte della vita. Sono percorsi da esplorare. Da vivere. Voglio tenere in mano le redini della mia vita, segnare il mio percorso ed essere dinamica, perché il dinamismo è la vita e la staticità è la morte. Sono viva. Sono viva ed ogni mia cellula deve testimoniarlo. Perché nessuno può sapere per quanto ancora potrà vivere. E qualcuno è morto già senza accorgersene. Vivere, vita, quante volte l'ho ripetuto in queste poche righe? Non è un caso. Anche le parole devono essere animate e dinamiche, esprimere la vitalità di chi le scrive.
E così allontano da me tutti coloro che gettano anche un solo filo d'ombra sulla mia esistenza, ed accolgo con entusiasmo tutti quelli che la addobbano con colori sgargianti e luci di serenità.
Ho bisogno di volare in alto come quei palloncini d'elio che sfuggono all'ostaggio dei bambini alle fiere.
Finalmente mi sento pronta anche per questo nuovo periodo della mia vita.